Морган Райс Un Trono per due Sorelle
Un Trono per due Sorelle
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Морган Райс Un Trono per due Sorelle

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“Tu e Milady D’Angelica avete la stessa misura, giusto?” chiese la sarta.

“Sì signora,” rispose Sofia. “È per questo che mi ha mandata.”

“Allora avrebbe dovuto mandarti dall’inizio, invece di farmi avere solo una lista delle misure.”

“Mi accerterò di riferirglielo,” rispose Sofia.

Questo fece impallidire la sarta per l’orrore, come se il solo pensiero fosse sufficiente a farle venire un attacco di cuore.

“Non ce n’è bisogno. È molto simile, ma devo solo sistemare un paio di cose. Sei certa di essere della sua taglia?”

Sofia annuì. “Al centimetro, signora. Mi fa mangiare esattamente quello che mangia lei in modo che siamo sempre uguali.”

Era un dettaglio stupido e sconsiderato da inventare, ma la sarta parve berselo. Forse era il genere di stramberia a cui credeva una nobildonna si sarebbe potuta abbassare. Ad ogni modo fece gli aggiustamenti così rapidamente che Sofia quasi non poté crederci, dandole alla fine un pacco avvolto con una carta decorata.

“Metto sul conto di Milady?” chiese la sarta. C’era una nota di speranza nella sua voce, come se Sofia avesse potuto avere i soldi con sé, ma Sofia poté solo annuire. “Certo, certo. Sono sicura che Milady D’Angelica ne sarà contenta.”

“Ne sono certa,” disse Sofia. E praticamente corse fuori dalla porta.

A dire il vero era certa che la nobile sarebbe stata furiosa, ma lei non aveva in programma di trovarsi da quelle parti quando fosse successo.

Aveva altri posti dove andare e altri pacchi da “recuperare” a nome della sua “signora”.

Nel negozio di un calzolaio prese degli stivaletti del migliore cuoio chiaro, decorati con incisioni che mostravano scene della vita della Dea Senza Nome. In un negozio di profumi prese una piccola fiala tanto odorosa che pareva che il suo creatore avesse in qualche modo distillato l’essenza di tutto ciò che c’è di bello in una fragrante combinazione.

“È la mia più grandiosa creazione,” proclamò l’uomo. “Spero che a Lady Beaufort piaccia.”

A ogni negozio Sofia sceglieva una nobildonna di cui fare la servitrice. Era semplice in pratica: non poteva garantire che Milady D’Angelica fosse stata in ogni negozio della città. Con alcuni dei negozi prese i nomi dai pensieri dei proprietari. Con altri, quando il suo talento non le veniva in aiuto, doveva tenere la conversazione sospesa fino a che non facevano delle ipotesi o, in un caso, fino a che non fosse capace di dare un’occhiata di sbieco al registro sul bancone del negozio.

Più rubava e più pareva essere facile. Ogni pezzo rubato faceva da credenziale per il successivo, perché ovviamente gli altri negozianti non avrebbero mai dato niente alla persona sbagliata. Quando arrivò al negozio dove vendevano le maschere, il negoziante le stava praticamente mettendo le cose in mano prima ancora che lei varcasse la porta. Era una mezza maschera di ebano intagliato, dove si trovavano diverse scene della Dea Mascherata che cercava ospitalità e decorata con piume sul contorno e punte di gioielli attorno agli occhi. Era probabilmente disegnata in modo da far apparire gli occhi di chi la indossava come se brillassero di luce riflessa.

Sofia provò in leggero lampo di senso di colpa mentre la prendeva, aggiungendola alla considerevole pila di pacchi che aveva tra le braccia. Stava rubando a così tanta gente, prendendo cose che loro avevano lavorato per produrre, e per cui altri avevano pagato. E avrebbero pagato, o non avevano ancora pagato: Sofia non aveva ancora capito in che modo i nobili sembrassero comprare cose senza quasi pagarle.

Ma era solo un piccolissimo senso di colpa, perché avevano tutti così tanto confronto agli orfani della Casa degli Indesiderati. Solo i gioielli di quella maschera avrebbero potuto cambiare le loro vite.

Per ora Sofia aveva bisogno di cambiare se stessa, e non poteva andare alla festa sporca per aver dormito accanto al fiume. Andò verso i bagni, aspettando fino a quando ne trovò uno con delle carrozze che aspettavano alla porta, e che lasciavano intendere che c’erano dei bagni separati per le donne di un certo rango. Non aveva denaro per pagare, ma andò comunque alle porte, ignorando l’occhiata che le lanciò il grande e grosso proprietario.

“La mia signora è dentro,” disse. “Mi ha detto di portarle tutto per quando avesse finito il bagno, altrimenti sarebbero stati guai.”

L’uomo la guardò dalla testa ai piedi. Di nuovo i pacchi che Sofia aveva in mano parvero funzionare da passaporto. “Allora faresti meglio ad entrare, no? Gli spogliatoi sono lì davanti a sinistra.”

Sofia vi andò, mettendo i suoi trofei rubati nella stanza che era calda per il vapore che veniva dai bagni. Donne andavano e venivano con indosso gli asciugamani che servivano loro per asciugarsi. Nessuna di loro si girò a guardarla.

Sofia si svestì, si avvolse un telo attorno al corpo e si diresse verso i bagni. Erano sistemati in modo da facilitare la discesa in acqua, con diverse vasche di acqua calda, tiepida e fredda; massaggiatrici ai lati e servitori a disposizione.

Sofia era ben consapevole del tatuaggio che aveva alla caviglia e che dichiarava ciò che lei era, ma c’erano serve vincolate con le loro signore, lì per massaggiarle con oli profumati o per pettinare loro i capelli. Se nessuno avesse notato il marchio, avrebbero sicuramente dato per scontato che Sofia fosse lì per quel motivo.

Lo stesso non si prese il tempo per crogiolarsi nei bagni come avrebbe potuto. Voleva uscire di lì prima che qualcuno facesse delle domande. Si immerse nell’acqua, si strofinò col sapone e cercò di togliersi di dosso il peggio della sporcizia. Quando uscì dal bagno, si assicurò che il telo le arrivasse alle caviglie.

Tornata negli spogliatoi si mise addosso un pezzo alla volta i suoi nuovi abiti e accessori. Iniziò con le calze di seta e la sottoveste. Poi salì al corsetto e alla gonna esterna, ai guanti e al resto.

“La signora ha bisogno di aiuto con i capelli?” chiese una donna, e Sofia si girò per vedere una servitrice che la guardava.

“Se puoi,” disse Sofia, tentando di ricordare come parlavano i nobili. Le venne in mente che la cosa sarebbe stata più facile se nessuno avesse pensato che lei era del posto, quindi vi aggiunse un pizzico di accento degli Stati dei Mercanti che aveva sentito dalla sarta. Con sua sorpresa le venne facile e la sua voce si aggiustò rapidamente al resto.

La ragazza le asciugò e acconciò i capelli in un elaborato intreccio che Sofia fece fatica a seguire. Quando ebbe finito, si mise la maschera e poi si diresse fuori, dirigendosi tra le carrozze fino a che ne scorse una che non era ancora stata occupata.

“Ehi tu!” gridò, e la sua nuova voce le sembrò strana alle orecchie. “Sì, tu! Portami subito al palazzo, e non fermarti strada facendo. Sono di fretta. E non iniziare a chiedere il pagamento. Puoi mandare il conto a Lord Dunham, e lui può essere riconoscente che questa sera gli costi solo questo.”

Neanche sapeva se ci fosse un Lord Dunham, ma il nome le sembrava giusto. Si aspettò che il conduttore della carrozza le rispondesse, o almeno brontolasse per il pagamento. Invece si limitò a inchinarsi.

“Sì, mia signora.”

Il viaggio in carrozza attraverso la città fu più comodo di quanto Sofia si sarebbe immaginata. Più comodo di certo che viaggiare dietro ai carri, e molto più breve. Nel giro di pochi minuti poté vedere i cancelli che si avvicinavano. Sofia si sentì serrare il cuore, perché lì c’era sempre lo stesso servitore di prima. Poteva farcela? L’avrebbe riconosciuta?

La carrozza rallentò e Sofia si sforzò di sporgersi, sperando di avere l’aspetto che doveva.

“È iniziato il ballo?” chiese con il suo nuovo accento. “Sono arrivata nel momento giusto per creare un ingresso d’impatto? E cosa più importante: come sono? I miei servitori dicono che questo sia adatto per la vostra corte, ma mi sembra di essere come una puttana da molo.”

Non poté resistere a quella piccola vendetta. Il servitore al cancello fece un profondo inchino.

“Vossignoria non avrebbe potuto avere tempismo migliore,” la rassicurò, con quel genere di falsa sincerità che Sofia immaginò piacesse ai nobili. “E ha un aspetto assolutamente amorevole, ovviamente. La prego, entri.”

Sofia chiuse la tendina della carrozza mentre avanzava, ma solo perché nascondesse il suo stupefatto sollievo. Stava funzionando. Stava funzionando davvero.

Sperava solo che le cose stessero andando altrettanto bene per Kate.

CAPITOLO SEI

Kate si stava godendo la città più di quanto aveva pensato possibile da sola. Sentiva ancora fortemente la mancanza di sua sorella, e voleva ancora uscire in aperta campagna, ma per ora Ashton era il suo terreno di gioco.

Si fece strada attraverso le strade cittadine, e c’era qualcosa di particolarmente attraente nel perdersi in mezzo alla folla. Nessuno guardava dalla sua parte, niente più di quanto guardassero gli altri apprendisti e scugnizzi, figli più giovani o futuri combattenti della città. Con i suoi abiti maschili e con i suoi capelli corti a spazzola, Kate poteva passare per uno qualsiasi di loro.

C’era così tanto da vedere in città, e non solo i cavalli a cui Kate lanciava un’occhiata bramosa ogni volta che ne vedeva passare uno. Si fermò davanti a un venditore che trattava armi per la caccia su un carro, balestre leggere e moschetti che sembravano incredibilmente grandi. Se Kate avesse potuto prenderne uno, l’avrebbe fatto, ma gli uomini tenevano d’occhio con molta attenzione chiunque si avvicinasse.

Ma non tutti erano così attenti. Kate riuscì a rubare un pezzo di pane dal tavolo di un locale, un coltello da un punto dove qualcuno l’aveva usato per appuntare un foglietto religioso. Il suo talento non era perfetto, ma sapere dove si trovavano i pensieri e l’attenzione della gente era un grosso vantaggio quando si trattava della città.

Proseguì, cercando un’opportunità di prendere altre cose che le sarebbero servite per la vita in campagna. Era primavera, ma questo significava solo pioggia al posto della neve per la maggior parte dei giorni. Cosa le sarebbe servito? Kate iniziò a controllare le cose contandole con le dita. Una borsa, spago per fare delle trappole per gli animali, una balestra se fosse riuscita ad accaparrarsene una, e una tela cerata per tenere a bada la pioggia. Un cavallo. Sicuramente un cavallo, nonostante tutti i rischi che un furto di cavallo portava con sé.

Non che tutto il resto fosse tanto sicuro. C’erano dei patiboli in alcuni angoli che portavano le ossa di criminali morti da tempo, conservate in modo che la lezione potesse avere lunga durata. Su uno dei vecchi cancelli, distrutti dall’ultima guerra, c’erano tre teschi conficcati su delle picche: erano probabilmente quelli del cancelliere traditore e dei suoi cospiratori. Kate si chiese se qualcuno ne sapesse di più.

Diede un’occhiata anche al palazzo in lontananza, ma solo perché sperava che Sofia stesse bene. Quel genere di posto era per quelli come la benestante regina vedova e i suoi figli, i nobili e i servitori che cercavano di mettere a tacere i problemi del mondo reale con le loro feste e caccie. Non per gente reale.

“Ehi, ragazzo, se hai soldi da spendere, ti mostro qualcosa di bello,” esclamò una donna dalla soglia di una casa il cui intento era ovvio anche senza insegna. Sulla porta stava di guardia un uomo che avrebbe potuto combattere con un orso, mentre Kate poteva sentire i rumori di gente che si divertiva fin troppo anche se ancora non era buio.

“Non sono un ragazzo,” rispose seccamente.

La donna scrollò le spalle. “Non sono delicata. Puoi sempre entrare e guadagnarti qualche soldo da te. Ai vecchi sporcaccioni piacciono quelle un po’ mascoline come te.”

Kate andò oltre, non dandole la soddisfazione di una risposta. Non era la vita che aveva programmato per se stessa. E non era neanche rubare per ottenere quello che voleva.

C’erano altre opportunità che parevano più interessanti. Ovunque guardasse, sembrava che ci fossero reclutatori per una o l’altra delle compagnie libere, che dichiaravano la loro alta paga rispetto agli altri, o le migliori razioni, o la gloria di aver vinto in guerre oltre il Tagliacqua.

Kate andò in realtà verso uno di essi, un uomo dall’aspetto cordiale, sulla cinquantina, che indossava un’uniforme che sarebbe stata meglio a un attore che impersonava un guerriero, piuttosto che a uno vero

“Ehi, ragazzo! Cerchi avventura? Sei temerario? Non hai paura di morire sotto le spade dei tuoi nemici? Beh, sei venuto nel posto sbagliato!”

“Il posto sbagliato?” chiese Kate, senza dare peso al fatto che l’avesse scambiata per un maschio.

“Il nostro generale è Massimo Caval, noto per essere il più cauto tra gli uomini che combattono. Non entra mai in battaglia a meno che non sia certo di poter vincere. Non spreca mai i suoi uomini in confronti inutili. Non…”

“Quindi state dicendo che è un codardo?” chiese Kate.

“Un codardo è la cosa migliore che ci possa essere in guerra, credimi,” disse il reclutatore. “Sei mesi a correre davanti alle forze nemiche mente quelle si annoiano, con solo qualche saccheggio a ravvivare la situazione. Pensaci, la vita, la… aspetta, tu non sei un ragazzo, giusto?”

“No, ma lo stesso so combattere,” insistette Kate.

Il reclutatore scosse la testa. “Non per noi, non puoi. Vattene!”

Nonostante la sua difesa della codardia, il reclutatore sembrava poterle dare uno schiaffone alla testa se Kate fosse rimasta lì, quindi continuò a camminare.

C’erano così tante cose nella città che non avevano senso. La Casa degli Indesiderati era stata un luogo crudele, ma almeno possedeva un certo ordine. Per metà del tempo nella città sembrava che la gente facesse quello che voleva, con poche istruzioni da parte dei governatori della città stessa. Di certo sembrava non esserci alcun piano. Kate attraversò un ponte che era stato costruito con banchi e palchi e anche piccole case, tanto che non era rimasto che un minimo spazio da usare per gli scopi desiderati. Kate si ritrovò a camminare lungo delle strade che si chiudevano a spirale su loro stesse, vicoli che in qualche modo diventavano i tetti di case disposte a un livello più basso e che poi passavano il posto a delle scale a pioli.

Per quanto riguardava la gente nelle strade, l’intera città sembrava folle. Pareva esserci qualcuno che gridava a ogni angolo, dichiarando gli elementi della propria personale filosofia o denunciando il coinvolgimento del regno in guerre nelle acque.

Kate si rintanava nelle soglie delle porte quando vedeva le figure mascherate dei sacerdoti e delle suore che seguivano gli imperscrutabili compiti della Dea Mascherata, ma dopo la terza o quarta volta decise di continuare a camminare. Vide una persona frustare una catena di prigionieri, e si trovò a chiedersi quale parte della grazia divina rappresentasse tutto ciò.

C’erano cavalli ovunque nella città. Tiravano carrozze, portavano cavalieri, e alcuni dei più grossi trainavano carri pieni di qualsiasi cosa, dalla pietra alla birra. Vederli era una cosa, rubarne uno era decisamente diverso.

Alla fine Kate scelse un punto fuori da una scuderia e si avvicinò aspettando il suo momento. Rubare qualcosa di grosso come un cavallo necessitava di più di un semplice momento di disattenzione, ma nel principio non era diverso dal rubare una torta. Poteva sentire i pensieri degli stallieri mentre girovagavano e riflettevano. Uno di loro stava portando fuori una bella giumenta, pensando alla nobildonna a cui doveva portarla.

Dannazione, c’è bisogno di una sella da amazzone, non di questa.

Il pensiero fu tutto l’invito di cui Kate aveva bisogno. Si portò avanti mentre lo stalliere tornava di corsa all’interno, probabilmente pensando che nessuno potesse prendere un cavallo nel breve lasso di tempo che sarebbe trascorso. Kate si fece strada tra i pedoni che imbrattavano la strada, immaginando il momento in cui le sue mani si sarebbe finalmente chiuse attorno alle redini.

“Ti ho preso!” disse una voce mentre una mano le si stringeva sulla spalla.

Per un momento Kate pensò che qualcuno avesse immaginato ciò che stava per fare, ma quando la figura che l’aveva afferrata la fece ruotare verso di sé, Kate riconobbe la verità: era uno dei ragazzi dell’orfanotrofio.

Si dimenò per liberarsi e lui la colpì, con forza, prendendola allo stomaco. Kate cadde in ginocchio e vide due altri ragazzi accorrere velocemente.

“Ci hanno mandati a inseguirti quando te ne sei andata,” disse il più grande. “Hanno detto che le ragazze valgono più dei ragazzi e che potevano mandare dei cacciatori per tutti noi se necessario.”

Sembrava amareggiato, e Kate non lo biasimò. La Casa degli Indesiderati era un luogo malvagio, ma era anche l’unica casa che gli orfani avevano.

Lo biasimò invece per il pugno successivo, che le fece oscillare la testa all’indietro.

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