Блейк Пирс Prima Che Invidi
Prima Che Invidi
Prima Che Invidi

3

  • 0
Поделиться

Полная версия:

Блейк Пирс Prima Che Invidi

  • + Увеличить шрифт
  • - Уменьшить шрифт

Mackenzie andò nella cameretta e lo tirò delicatamente fuori dalla culla. Kevin era arrivato al punto in cui smetteva di piangere (quasi sempre) nel momento in cui uno dei genitori arrivava da lui. Sapeva che avrebbe ottenuto ciò di cui aveva bisogno e aveva già imparato a fidarsi del suo piccolo istinto. Mackenzie gli cambiò il pannolino e poi si sistemò sulla sedia a dondolo e lo allattò.

I suoi pensieri andarono ai suoi genitori. Ovviamente non ricordava di essere stata allattata. Ma la sola idea che sua madre l'avesse attaccata al seno era troppo da immaginare. Tuttavia, ora sapeva che la maternità portava con sé una lente completamente nuova attraverso la quale vedere il mondo. Forse la lente di sua madre era stata distorta e forse addirittura totalmente distrutta quando il marito era stato assassinato.

Sono stata troppo dura con lei per tutto questo tempo? si chiese.

Mackenzie finì di dar da mangiare a Kevin, riflettendo a lungo sul suo futuro – non solo sulle settimane successive, quando il suo congedo di maternità sarebbe giunto al termine, ma sui mesi e gli anni a venire, e come avrebbe potuto trascorrerli al meglio.

CAPITOLO CINQUE

Mackenzie finalmente riusciva a entrare di nuovo nei suoi vestiti, e dopo qualche sessione in palestra aveva l’impressione che riguadagnare il fisico che aveva un anno prima non sarebbe stato poi così difficile come aveva pensato. Era quasi completamente guarita dall'intervento e stava cominciando a ricordare com'era la sua vita prima di aver prestato il proprio corpo per la crescita e lo sviluppo di suo figlio.

Con l’avvicinarsi del termine del congedo di maternità, Mackenzie iniziò a comprendere che tornare al lavoro sarebbe stato più difficile di quanto credeva. Ma prima ancora, c'era il problema di sua madre da affrontare. L’argomento era saltato fuori di tanto in tanto con Ellington, da quando aveva avuto l'incubo, ma si era guardata bene dall’andare a trovarla. Dopotutto, non era normale per lei avere un tale desiderio di vedere sua madre. Di solito evitava qualsiasi interazione con lei, o persino conversazioni su di lei, a tutti i costi.

Ma ora che le restavano solo otto giorni di maternità, doveva prendere una decisione. Stava usando Kevin come scusa principale per non intraprendere il viaggio, ma andava all’asilo ormai da una settimana e sembrava aver affrontato la transizione piuttosto bene.

Inoltre, in cuor suo aveva già preso una decisione. Seduta al bancone tra la cucina e il soggiorno, era già certa che ci sarebbe andata. Ma mettere in pratica quel proposito era tutto un altro paio di maniche.

“Posso farti una domanda che potrebbe sembrarti stupida?” chiese Ellington.

“Certo.”

“Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Vai là, le cose tra voi sono impacciate e non ottieni niente. Poi ritorni qui dal tuo bambino felice e dal tuo maritino sexy e la vita riprende come al solito.”

“Forse ho paura che invece andrà bene” suggerì Mackenzie.

“Di questo non sarei troppo sicuro.”

“Che cosa succede se va bene e lei vuole fare parte della mia vita? Delle nostre vite.”

Kevin era seduto sulla sua sdraietta, intento a fissare i pupazzetti attaccati sul davanti. Mackenzie lo guardò mentre diceva l’ultima parte, facendo di tutto per non pensare all'immagine di sua madre nell’incubo, seduta su quella maledetta sedia a dondolo.

“Te la caverai, solo con Kevin?”

“Penso di poterlo gestire. Passeremo un po’ di tempo tra uomini.”

Mackenzie sorrise. Cercò di rivedere Ellington come quando l'aveva conosciuto, due anni e mezzo prima, ma era difficile. Era maturato tantissimo, ma allo stesso tempo era anche diventato più vulnerabile con lei. Non le avrebbe mai mostrato il suo lato premuroso e un po’ imbranato, quando si erano conosciuti per la prima volta.

“Allora ci vado. Due giorni e basta – solo perché così non dovrò affrontare andata e ritorno nello stesso giorno.”

“Certo. Prendi una stanza in un hotel. Una buona, con la vasca idromassaggio. Dormi fino a tardi. Dopo sei mesi passati ad imparare a essere una mamma e a rivedere costantemente i tuoi ritmi del sonno, penso che te lo meriti.”

Le sue parole di incoraggiamento erano sincere e, sebbene non lo avesse detto esplicitamente, Mackenzie era sicura di conoscere il motivo. In sostanza, Ellington aveva rinunciato a qualsiasi tipo di normale figura di nonni da parte della sua famiglia; magari, se fosse stata in grado di riparare in qualche modo il rapporto con sua madre, Kevin avrebbe potuto avere una nonna quasi normale. Voleva chiedergli se fosse davvero così, ma decise di non farlo. Magari l’avrebbe fatto una volta saputo l’esito del viaggio.

Prese il portatile, si sedette sul divano e andò online per acquistare i biglietti. Quando finì di compilare tutti i campi e fece l'ultimo clic del mouse, le sembrò che il peso del mondo le fosse stato sollevato dalle spalle. Chiuse il portatile e tirò un gran sospiro. Guardò in basso verso Kevin, ancora nella sua sdraietta, e gli rivolse un sorriso luminoso, arricciando il naso in una smorfia giocosa. Fu ricompensata da un sorriso che gli spuntò lentamente sulle labbra.

“Ok” disse guardando Ellington ancora in cucina, intento a lavare i piatti. “Ho comprato i biglietti. Il mio volo parte domattina alle undici e mezza. Puoi andare tu a prendere l'ometto all'asilo?”

“Sì. Poi avrà inizio una due-giorni di totale dissolutezza. Temo che nessuno dei due sarà più lo stesso.”

Sapeva che si stava sforzando per infonderle ottimismo. In parte aveva funzionato, ma la sua mente era già concentrata su qualcos'altro: un'ultima commissione che avrebbe voluto affrontare prima di lasciare Washington.

“Senti, se per te va bene, potresti anche portarlo tu all'asilo? Penso di aver bisogno di parlare con McGrath.”

“Hai finalmente preso una decisione anche su questo?”

“Non lo so. Voglio tornare. Non so cos’altro potrei fare nella mia vita, onestamente. Ma... essere una madre... Voglio dare a Kevin quello che non ho mai avuto io, per quanto riguarda un genitore, capisci? E se tutti e due lavoriamo come agenti dell'FBI... che tipo di vita sarebbe per lui?”

“Argomento pesante” commentò lui. “So che ne abbiamo parlato già altre volte in passato, ma non penso che sia una decisione che devi prendere in questo momento. Però hai ragione: parlane con McGrath. Non si sa mai cosa passi per la testa di quell'uomo. Forse c’è qualche alternativa per aggirare il problema. Magari... che so... un ruolo diverso?”

“Intendi non più come agente?”

Ellington scrollò le spalle e si avvicinò per sedersi accanto a lei. “Ecco perché mi sembra di poter davvero capire quello che stai passando” disse, prendendole la mano. “Non riesco davvero a vederti essere altro se non un’agente.”

Lei gli sorrise, sperando che si rendesse conto di essere bravissimo a sapere sempre la cosa giusta da dire. Era la spinta che le serviva per prendere il telefono e fare una telefonata a McGrath, anche se l’orario d’ufficio era finito da ore. Non l'aveva fatto spesso nella sua carriera – e mai quando non si trattava di un caso – ma improvvisamente la questione le sembrava urgente.

La sensazione si intensificò mentre aspettava che McGrath rispondesse.

***

Si era aspettata che McGrath sarebbe stato irritato per essere costretto a riceverla ad un'ora così mattiniera, invece, quando alle otto Mackenzie trovò la porta del suo ufficio già aperta, vide McGrath già appollaiato dietro la sua scrivania. Aveva una tazza di caffè tra le mani, mentre sfogliava una piccola pila di dossier. Quando sollevò lo sguardo sentendola entrare, il sorriso sul suo volto sembrava sincero.

“Agente White, è così bello vederla” disse.

“Lo stesso vale per me” disse Mackenzie, prendendo posto dall’altro lato della scrivania.

“Ha un aspetto riposato. Il bambino ha finalmente iniziato a seguire ritmi normali?”

“Abbastanza.” Si sentiva già a disagio. McGrath non era tipo da perdersi in convenevoli. L'idea che fosse davvero felice di vederla di nuovo nell'edificio le passò per la testa, facendola sentire un po’ in colpa per il motivo alla base dell'incontro che aveva richiesto.

“Allora, ha chiesto lei questo incontro, e ha circa mezz'ora prima del mio prossimo impegno” disse. “Che succede?”

“Ecco, il mio congedo di maternità termina lunedì prossimo. E ad essere sincera, non so se sono pronta a tornare”.

“È una questione fisica? So che riprendersi da un cesareo può essere estenuante e richiedere molto tempo.”

“No, non è quello. I dottori mi hanno praticamente dato il via libera per tutto. A dirla tutta, mi sento combattuta sul da farsi.” Si allarmò nel sentire le lacrime pungerle gli occhi.

Apparentemente, anche McGrath se n’era accorto, ma fece del proprio meglio per apparire disinvolto mentre parlava girandosi dall’altra parte, per darle modo di asciugarsi le lacrime in privato.

“Agente White, lavoro al Bureau da quasi trent'anni, ormai. In tutto questo tempo, ho visto innumerevoli agenti donne sposarsi e avere figli. Alcune di loro hanno lasciato il Bureau, oppure hanno accettato un ruolo con meno rischi. Non posso starmene seduto qui e dirle che capisco quello che sta passando, perché sarebbe una bugia. Ma l'ho già visto. A volte è successo con agenti che non mi sarei mai aspettato di veder andare via. Era di questo che voleva parlare?”

Lei annuì. “Voglio tornare. Mi manca il mio lavoro... più di quanto mi piaccia ammettere, davvero. Onestamente, non so nemmeno cosa le sto chiedendo. Forse qualche altra settimana? So che è come chiedere una specie di favore speciale, ma non posso prendere questa decisione adesso.”

“Il meglio che posso fare è concederle un'altra settimana. Se vuole. Oppure può tornare subito e posso assegnarle qualche incarico da scrivania. Ricerche, statistiche, sorveglianza a distanza, qualcosa del genere. Le interesserebbe?”

Onestamente, niente di tutto ciò la interessava. Ma almeno era qualcosa. McGrath le aveva dimostrato che aveva diverse opzioni a sua disposizione.

“Forse sì.”

“Bene, si prenda il fine settimana per pensarci su. Magari se ne vada da qualche parte e metta ordine tra i suoi pensieri.”

“Oh, certo che vado da qualche parte. Torno in Nebraska per andare a trovare una persona.”

Non era sicura del perché glielo avesse detto. Si chiese se fosse sempre stato così facile parlare con McGrath, o se adesso si fosse come ammorbidito, rendendo più semplice approcciarsi a lui. Era strano. Era stata via solo per tre mesi e McGrath improvvisamente sembrava una persona diversa, più premurosa, più amichevole.

“Mi fa piacere sentirlo. Lascerà Ellington da solo con il bambino? Non è un po’ temerario?”

“Non lo so” ammise con un sorriso. “Sembra che non veda l'ora.”

McGrath annuì educatamente, ma era chiaro che la sua mente era altrove. “White... ha chiesto questo incontro per avere un mio consiglio? O solo per avere un'idea di come avrei reagito se mi avesse detto che stava pensando di andarsene?”

Mackenzie si limitò a stringersi nelle spalle mentre rispondeva: “Forse un po’ entrambe le cose.”

“Be’, posso affermare senza ombra di dubbio che preferirei che restasse. Il suo curriculum parla da solo e, per quanto detesti ammetterlo, il suo istinto è quasi soprannaturale. Non ho mai visto niente del genere in tutti i miei anni al Bureau. Credo che sarebbe uno spreco assoluto se abbandonasse la sua carriera così giovane. D'altra parte, ho cresciuto due figli – un maschio e una femmina. Adesso sono grandi, ma tirarli su è stata una delle esperienze più piacevoli e gratificanti della mia vita.”

“Non avevo idea che avesse figli.”

“Tendo a non parlare troppo della mia vita privata mentre sono al lavoro. Ma in questo caso, quando in gioco c’è qualcosa di prezioso come la sua carriera, non mi dispiace farle dare una sbirciatina dietro le quinte.”

“Lo apprezzo.”

“Allora... si goda il s​uo weekend. Va bene se ci rivediamo lunedì per decidere cosa succederà in seguito?”

“Bene” disse. Lunedì le sembrava ancora lontanissimo. Perché mentre si alzava dalla sedia, sapeva che la sua prossima destinazione era l'aeroporto. E dopo, sarebbe tornata in Nebraska.

Mentre si faceva strada attraverso l'edificio dell'FBI, si sentiva come se si stesse preparando una trappola da sola. La maggior parte delle persone di solito era perseguitata dai fantasmi del passato. Tuttavia, mentre si preparava a tornare in Nebraska per incontrare sua madre, Mackenzie aveva l’impressione non solo di stare risvegliando quei fantasmi, ma anche di dargli l’occasione di riprendere a perseguitarla.

CAPITOLO SEI

In Nebraska era l’una e un quarto del pomeriggio quando il suo aereo atterrò a Lincoln. Aveva trascorso la maggior parte del volo cercando di pianificare come sarebbe andato il viaggio. Ma fu solo quando sentì le ruote stridere sulla pista di atterraggio che capì che doveva semplicemente togliersi il dente e farla finita. Poteva ancora godersi quella notte tutta per sé in una lussuosa stanza di hotel, che aveva già prenotato. E avrebbe potuto farlo dopo aver affrontato la parte più difficile.

Aveva sfruttato le risorse del Bureau in modo non del tutto regolare per scoprire che sua madre aveva ancora lo stesso lavoro di quando le loro strade si erano incrociate poco più di un anno prima. Faceva ancora parte dell’impresa di pulizie in un Holiday Inn situato nella piccola città di Boone's Mill. E Boone's Mill era a due ore da Belton, la piccola città nella quale era cresciuta, una città che aveva in programma di visitare prima di tornare a casa.

Fu colta da un altro impulso mentre si dirigeva verso la stazione di noleggio auto dell'aeroporto, venti minuti dopo. Sapeva che a circa mezz'ora da quello stesso aeroporto si trovava l'edificio in cui aveva iniziato la sua carriera di detective. Pensò all'uomo con cui aveva lavorato per quasi tre anni, prima che l'FBI le facesse la corte – un uomo di nome Walter Porter che, superando il suo disgusto per dover lavorare con una donna e il suo sessismo radicato, le aveva davvero insegnato molto su quello che ci voleva per essere un bravo poliziotto. Si domandò cosa stesse facendo. Probabilmente era in pensione, ma essere di nuovo lì, così vicino alla centrale, le fece desiderare di vederlo.

Un dente alla volta, disse a se stessa mentre una donna scontrosa dietro il bancone le consegnava le chiavi.

Una volta in viaggio, Mackenzie chiamò il numero dell'Holiday Inn di sua madre, solo per assicurarsi che fosse al lavoro. Scoprì che il suo turno sarebbe terminato mezz'ora dopo, il che significava che Mackenzie sarebbe arrivata troppo tardi per poterla incontrare in albergo. Ma non era un gran problema, visto che aveva anche il suo indirizzo di casa.

Constatò con sorpresa che le piatte pianure e l'atmosfera familiare del Nebraska la calmavano in modo significativo. Non provava ansia o paura all’idea di incontrare sua madre. Semmai, i campi e il cielo le fecero sentire la mancanza di Kevin. Quando si rese conto di non essere mai stata lontana da lui tanto a lungo, provò una stretta al petto. Per un momento fu difficile respirare, poi però pensò a Ellington e Kevin insieme nell'appartamento, mentre il giorno volgeva al termine. Ellington era un padre eccezionale, in modi che la sorprendevano ancora, giorno dopo giorno. Cominciò a capire che forse Ellington aveva bisogno di qualche momento da solo con suo figlio tanto quanto lei aveva bisogno di avventurarsi nel suo passato per cercare di riparare i ponti con sua madre.

Se queste sono emozioni che provano tutti i genitori, forse sono davvero stata troppo dura con mia madre.

Tra tutti i pensieri che le avevano attraversato la mente da quando aveva messo piede sull'aereo a Washington, fu questo a farle salire le lacrime agli occhi. Sapeva che suo padre aveva dovuto affrontare la sua dose di demoni, anche se la loro natura era rimasta vaga, poiché sua madre non l'aveva mai denigrato davanti a lei o Stephanie. Mackenzie cercò quindi di concentrarsi sul fatto che sua madre era rimasta vedova, con due figlie da crescere. Era del tutto possibile (ed era qualcosa che Mackenzie aveva già considerato prima) che il motivo per cui avesse una così alta opinione di suo padre fosse che era morto quando lei era ancora piccola. Da bambina, non aveva avuto motivo di dubitare di lui o di vederlo come qualcosa di diverso dal suo eroe personale. E che dire invece della madre che aveva cercato di crescere due figlie, fallendo e ricevendo il disprezzo non solo di quasi tutta la comunità, ma anche delle sue stesse figlie?

Mackenzie fece un debole sorriso tra le lacrime, mentre le asciugava. Si chiese se quei pensieri fossero improvvisamente diventati così chiari perché ora anche lei era una madre. Aveva sentito parlare di donne che cambiavano molti aspetti del proprio carattere una volta che avevano un figlio, ma non ci aveva mai creduto realmente. E invece eccola qui, la prova vivente di quella teoria. Adesso sentiva che il suo cuore cominciava ad ammorbidirsi per una donna che sostanzialmente aveva demonizzato per la maggior parte della sua vita.

Il Nebraska sfrecciava fuori dal finestrino, riportando Mackenzie al passato. E per la prima volta da quando aveva lasciato lo stato, si ritrovò quasi impaziente di tornare in quel passato e lasciare che i fatti facessero il proprio corso.

***

Patricia White viveva in un appartamento con due camere da letto a dieci chilometri di distanza dall'Holiday Inn, dove lavorava. Si trovava in un piccolo complesso che non era esattamente fatiscente, ma di sicuro aveva bisogno di qualche intervento di manutenzione. Mackenzie aveva il cellulare in mano, l'indirizzo e il numero dell'appartamento sul display grazie alle risorse del Bureau.

Quando si avvicinò all'appartamento di sua madre al secondo piano, non esitò alla porta, né rimase imprigionata nei propri pensieri, come invece si era aspettata. Bussò subito, facendo del suo meglio per non pensarci troppo. L'unica vera domanda era come iniziare la conversazione... come entrare in acqua gradualmente, piuttosto che buttarsi a capofitto per poi ritrovarsi ad annaspare.

Sentì dei passi avvicinarsi dopo pochi istanti. Fu solo quando la porta si aprì e vide l'espressione sorpresa sul viso di sua madre che Mackenzie si bloccò. Non era sicura di quando avesse visto per l'ultima volta sua madre sorridere, quindi quel volto sorridente le dava l’impressione di guardare un’altra donna.

“Mackenzie” disse sua madre con voce esile ed eccitata. “Oh mio Dio, che ci fai qui?”

“Avevo del tempo libero e ho pensato di passare a salutarti.” Non era una bugia, quindi per il momento stava andando bene.

“Senza prima chiamare?”

Mackenzie scrollò le spalle. “Ci ho pensato, ma sapevo anche come sarebbe andata a finire. Inoltre... avevo solo bisogno di evadere per un po’.”

“Stai bene?” sembrava sinceramente preoccupata.

“Sto bene, mamma.”

“Bene, entra, entra. La casa è un disastro, ma spero che tu riesca a non farci caso.”

Mackenzie entrò e vide che l’appartamento non era affatto un disastro. Al contrario, era piuttosto ordinato. Sua madre l’aveva arredato il minimo indispensabile, così per Mackenzie fu facile individuare la vecchia foto di lei e Stephanie sul tavolino accanto al divano.

“Come va, mamma?”

“Bene. Molto bene, in realtà. Ho messo da parte un po’ di soldi qua e là, quindi sono finalmente riuscita a saldare tutti i debiti. Ho avuto una promozione al lavoro... non è molto, ma lo stipendio è più alto e ho alcune signore dell’impresa di pulizie sotto la mia responsabilità. E tu?”

Mackenzie si sedette sul divano, sperando che sua madre avrebbe fatto lo stesso. Fu sollevata quando la imitò. Aveva sempre pensato che dire È meglio se ti siedi suonasse troppo melodrammatico.

“Ecco, ho un po’ di novità”, disse. Iniziò ad aprire la galleria delle foto sul cellulare, scorrendo lentamente in cerca di una foto particolare. “Sai che Ellington e io ci siamo sposati, giusto?”

“Si, lo so. È buffo che lo chiami ancora per cognome. È per via del vostro lavoro?”

Mackenzie non poté fare a meno di ridacchiare. “Sì, penso di sì. Sei arrabbiata per esserti persa il matrimonio?”

“Dio, no. Odio i matrimoni. Potrebbe essere la decisione più intelligente che tu abbia mai preso.”

“Grazie” replicò Mackenzie. I suoi nervi stavano ribollendo come lava mentre le parole successive le uscivano di bocca. “Senti, sono venuta fin qui perché ho qualcos'altro da condividere.”

Detto ciò, le porse il telefono. Sua madre lo prese e guardò la foto di Kevin due giorni dopo la nascita, avvolto nella sua copertina all'ospedale.

“È...?” chiese Patricia.

“Sei diventata nonna, mamma.”

Le lacrime furono istantanee. Patricia lasciò cadere il telefono sul divano e si portò le mani sulla bocca. “Mackenzie... è adorabile.”

“Sì, è vero.”

“Quanto ha? Sei troppo in forma per averlo appena avuto.”

“Poco più di tre mesi” disse Mackenzie. Distolse lo sguardo quando colse un lampo di dolore nei suoi occhi. “Lo so. Mi dispiace. Volevo chiamare prima, per fartelo sapere. Ma dopo l'ultima volta che abbiamo parlato... Mamma, non sapevo nemmeno se volessi saperlo.”

“Sì, lo capisco” disse lei immediatamente. “E significa moltissimo per me che tu sia venuta qui per dirmelo di persona.”

“Non sei arrabbiata?”

“Dio, no. Mackenzie... avresti anche potuto non dirmelo affatto e io non avrei mai saputo nulla. Ero rassegnata a non vederti mai più e... e io...”

“Va tutto bene, mamma.”

Avrebbe voluto fare qualcosa, prenderle la mano o abbracciarla. Ma sapeva che una cosa del genere sarebbe sembrata forzata e strana per entrambe.

“Ho comprato un nuovo frullatore la settimana scorsa” disse sua madre improvvisamente.

“Ehm... bello.”

“Bevi Margarita?”

Mackenzie sorrise e annuì. “Dio, sì. Non bevo alcolici da circa un anno.”

“Stai allattando? Puoi bere?”

“Sì, allatto, ma abbiamo abbastanza latte nel congelatore.”

Sua madre fece un'espressione confusa, per poi scoppiare a ridere. “Scusa. È che è tutto così surreale... hai un bambino, conservi il latte materno...”

“Sì, è surreale” concordò Mackenzie. “Come il fatto di essere qui. Quindi... dove sono questi Margarita?”

***

“È stata la tua ultima visita che me l'ha fatto capire” disse Patricia.

Erano sedute sul divano, ognuna con un Margarita in mano. Erano alle estremità opposte, chiaramente ancora non abbastanza a proprio agio per quella situazione.

“Cosa intendi?”

“Non sei stata sgarbata o altro, ma ho capito che te la stavi cavando alla grande. E ho pensato tra me, è venuta per me. So che non sono stata una grande madre... nemmeno lontanamente. Ma sono davvero fiera di te, anche se io non c’entro molto per come sei venuta su. Questo mi ha fatto sentire di potermi migliorare.”

“Infatti è così.”

“Ci sto provando,” disse lei. “Cinquantadue anni e finalmente senza debiti. Certo, lavorare in un hotel non è la più grande delle carriere...”

“Ma sei felice?” chiese Mackenzie.

“Sì. Ancora di più ora che sei venuta a trovarmi e mi hai dato questa meravigliosa notizia.”

“Da quando ho chiuso il caso di papà... non lo so. A essere sincera, credo che cercassi semplicemente di scacciare qualsiasi pensiero su di te. Credevo che, visto che ero riuscita a lasciarmi la storia di papà alle spalle, avrei potuto fare lo stesso con te. Ed ero pronta a farlo. Ma poi è arrivato Kevin, e io e Ellington ci siamo resi conto che in realtà non stavamo offrendo al nostro bambino una famiglia completa, al di là di noi due. Vogliamo che Kevin abbia dei nonni, capisci?”

“Ha anche una zia, sai” le fece notare Patricia.

“Lo so. Dov'è Stephanie, a proposito?”

“Alla fine si è trasferita a Los Angeles. Non so nemmeno che lavoro faccia, e ho paura di chiederlo. Non le parlo da circa due mesi.”

Questo ferì un po’ Mackenzie. Aveva sempre saputo che Stephanie era una specie di mina vagante quando si trattava di qualsiasi tipo di stabilità nella vita. Tuttavia, raramente si fermava a pensare che anche Stephanie fosse una figlia che aveva scelto di vivere una vita quasi completamente distaccata da sua madre. Seduta sul divano, con il Margarita in mano, per la prima volta Mackenzie si domandò come dovesse sentirsi sua madre, sapendo che entrambe le figlie avevano deciso che le loro vite sarebbero state migliori senza di lei.

ВходРегистрация
Забыли пароль