Блейк Пирс Prima Che Invidi
Prima Che Invidi
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Блейк Пирс Prima Che Invidi

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Quanto a Mackenzie, anche se pensava spesso alla madre e alla sorella – gli unici membri ancora in vita della sua famiglia – l’idea di mettersi in contatto con loro era terrificante. Sapeva dove viveva sua madre e, con un piccolo aiuto da parte del Bureau, pensava di poter ottenere il suo numero. Stephanie, sua sorella minore, probabilmente sarebbe stata un po’ più difficile da rintracciare. Dal momento che Stephanie non era mai stata in grado di rimanere a lungo nello stesso posto, Mackenzie non aveva idea di dove potesse trovarsi al momento.

Purtroppo, aveva scoperto che le andava bene così. Certo, pensava che sua madre meritasse di vedere il suo primo nipotino, ma ciò significava riaprire le cicatrici che aveva chiuso poco più di un anno prima, quando aveva finalmente chiuso il caso dell'omicidio di suo padre. Chiudendo il caso, aveva anche chiuso la porta su quella parte del suo passato, incluso il terribile rapporto che aveva sempre avuto con sua madre.

Era strano quanto spesso pensasse a sua madre ora che aveva un figlio suo. Ogni volta che teneva in braccio Kevin, si ricordava di quanto fosse stata distante sua madre anche prima dell'omicidio del padre. Giurò a se stessa che Kevin avrebbe sempre saputo che sua madre lo amava, che non avrebbe mai lasciato che qualcos’altro – né Ellington, né il lavoro, né i suoi problemi personali – venisse prima di lui.

Era proprio questo ciò che aveva in mente la dodicesima notte dopo che avevano portato a casa Kevin. Aveva appena finito di dare a Kevin la poppata notturna, che ormai era sempre tra l'una e le due. Ellington stava rientrando nella stanza dopo aver sistemato Kevin nella sua culla nella stanza accanto. Un tempo era stato uno studio in cui conservavano tutte le loro pratiche burocratiche e oggetti personali, poi lo avevano trasformato in una cameretta.

“Perché sei ancora sveglia?” chiese rimettendosi a letto e affondando il viso nel cuscino.

“Credi che saremo dei buoni genitori?”

Sollevò la testa assonnato e scrollò le spalle. “Credo di sì. Insomma, tu di sicuro. Io invece... immagino che lo spronerò parecchio quando farà sport. È qualcosa che mio padre non ha mai fatto per me, e che mi è sempre mancato.”

“Sono seria.”

“Sì, l’avevo capito. Come mai lo chiedi?”

“Perché le nostre famiglie sono così incasinate. Come sappiamo come allevare un bambino nel modo giusto se abbiamo delle esperienze così orribili alle spalle?”

“Immagino che prenderemo nota di tutto ciò che i nostri genitori hanno sbagliato e non lo rifaremo.”

Allungò un mano nel buio e gliela posò sulla spalla con fare rassicurante. Mackenzie avrebbe voluto che la abbracciasse da dietro accoccolandosi contro di lei, ma non era ancora completamente guarita dall'intervento.

Così rimasero sdraiati l'uno accanto all'altra, esausti ed eccitati in egual misura per la loro vita che andava avanti, finché il sonno li chiamò a sé uno alla volta.

***

Mackenzie si ritrovò a camminare di nuovo tra i filari di granoturco. Gli steli erano così alti che non riusciva a vederne la cima. Le pannocchie facevano capolino nella notte come vecchi denti ingialliti che spuntavano da gengive marce. Ognuna era lunga quasi un metro; gli steli su cui crescevano erano enormi, e la facevano sentire piccola come un insetto.

In un punto più avanti, un bambino piangeva. Non un bambino qualsiasi, ma suo figlio. Già, riusciva a riconoscere le tonalità e le note dei lamenti del piccolo Kevin.

Mackenzie scattò attraverso i filari di granoturco. Gli steli la frustavano in viso e la facilità con cui la fecero sanguinare era sconcertante. Arrivata in fondo, aveva la faccia tutta ricoperta di sangue. Poteva sentirne il sapore in bocca e le gocciolava dal mento finendo dentro la camicia.

Si fermò in fondo al filare. Davanti a lei si apriva un’ampia radura, nient'altro che terra ed erba secca. Eppure, proprio nel mezzo, c’era una piccola struttura che conosceva bene.

Era la casa in cui era cresciuta. Era da lì che proveniva il pianto.

Mackenzie corse verso la casa, cercando di opporsi al grano che le era ancora attaccato e cercava di trascinarla di nuovo in mezzo al campo.

Corse più forte, accorgendosi che i punti sulla pancia si erano aperti. Quando raggiunse il portico della casa, il sangue della ferita le colava lungo le gambe, raccogliendosi sui gradini del portico.

La porta d'ingresso era chiusa, ma poteva ancora sentire il pianto. C’era il suo piccino che gridava, là dentro. La porta si aprì con facilità, senza cigolii o resistenza; evidentemente il tempo lì non contava. Prima ancora di entrare, vide Kevin.

Piazzata in mezzo al soggiorno spoglio – lo stesso soggiorno in cui aveva trascorso così tanto tempo da piccola – c’era una sedia a dondolo. La madre di Mackenzie vi era seduta con in braccio Kevin, dondolandolo dolcemente.

Sua madre, Patricia White, la guardò, con un aspetto molto più giovane dell'ultima volta che Mackenzie l'aveva vista. Sorrise a Mackenzie, gli occhi iniettati di sangue e quasi alieni.

“Sei stata brava, Mackenzie. Ma pensavi davvero di poterlo tenere lontano da me? E comunque, perché vorresti una cosa del genere? Sono stata una madre così terribile? Eh?”

Mackenzie aprì la bocca per dire qualcosa, per ordinarle di ridarle il bambino. Invece, tutto ciò che ne uscì fu terra e polvere di mais, che caddero dalla sua bocca finendo a terra.

Per tutto il tempo, sua madre sorrise e tenne Kevin stretto a sé, premendoselo contro il petto.

Mackenzie scattò a sedere nel letto, con un urlo che le premeva dietro le labbra.

“Gesù, Mac... stai bene?”

Ellington era in piedi sulla soglia della camera da letto. Indossava una maglietta e un paio di pantaloncini da jogging, il che voleva dire che aveva fatto ginnastica nel piccolo spazio che si era ritagliato nella camera degli ospiti.

“Sì” disse lei. “Era solo un brutto sogno. Un incubo.”

Poi guardò l'orologio e vide che erano quasi le otto del mattino. Ellington l’aveva lasciata riposare; Kevin si era svegliato verso le cinque o le sei per la sua prima poppata.

“Non si è ancora svegliato?” chiese Mackenzie.

“In realtà sì. Ho usato uno dei sacchetti di latte congelato. So che volevi tenerli di scorta, ma ho pensato di lasciarti dormire.”

“Sei incredibile,” disse, sprofondando nel letto.

“E non dimenticarlo. Ora torna a dormire. Te lo porto quando dovrà essere cambiato di nuovo. Ti sembra un buon accordo?”

Per tutta risposta, Mackenzie emise un verso indistinto, mentre si riappisolava. Per un momento, nella sua mente si affollavano ancora i residui dell'incubo, ma lei scacciò quelle immagini, concentrando i pensieri sul suo amorevole marito e sul bimbo che sarebbe stato ben felice di vederla al proprio risveglio.

***

Dopo un mese, Ellington tornò al lavoro. Il direttore McGrath aveva promesso che non gli avrebbe assegnato casi impegnativi o pericolosi mentre aveva un neonato e una moglie in maternità che lo aspettavano a casa. Oltre a ciò, McGrath era anche abbastanza indulgente in termini di ore. C’erano giorni in cui Ellington usciva di casa alle otto del mattino per fare ritorno già alle tre del pomeriggio.

Appena Ellington ricominciò a lavorare, Mackenzie iniziò sul serio a sentirsi una madre. Le mancava molto l'aiuto di Ellington in quei primi giorni, ma c'era qualcosa di speciale nel restare da sola con Kevin. Aveva imparato i suoi ritmi e le sue peculiarità ancora meglio. E anche se la maggior parte delle sue giornate prevedeva stare seduta sul divano a riposare mentre faceva indigestione di serie su Netflix, sentiva crescere il legame tra loro.

Ma Mackenzie non era mai stata il tipo che amava starsene seduta senza far niente. Dopo appena una settimana, iniziò a sentirsi in colpa per le sue abbuffate di Netflix, così decise di sfruttare il tempo per darsi alla lettura di storie di veri crimini. Sfruttò libri online e podcast, cercando di mantenere la mente attiva, cercando di capire le risposte a quei casi di vita reale prima che la narrazione raggiungesse la conclusione.

Andò dal medico due volte in quelle prime sei settimane, per assicurarsi che la ferita del cesareo fosse guarita correttamente. Nonostante i dottori fossero entusiasti per la sua velocità di guarigione, ci tenevano a sottolineare che un ritorno alla normalità prima del previsto avrebbe potuto causare una battuta d'arresto. Si erano raccomandati addirittura di stare attenta nel fare un gesto comune come chinarsi per raccogliere qualcosa di pesante.

Era la prima volta in vita sua che Mackenzie si era mai sentita come un’invalida. L’idea non le andava a genio, ma aveva Kevin su cui concentrarsi. Doveva mantenerlo felice e in salute. Doveva fargli prendere i ritmi giusti e, come lei ed Ellington avevano programmato durante la gravidanza, doveva anche prepararsi all’idea di separarsi da lui quando fosse giunto il momento di mandarlo all'asilo nido. Avevano individuato un rinomato asilo nido a domicilio e avevano già prenotato un posto. Nonostante accettassero anche bimbi di appena due mesi, Mackenzie ed Ellington avevano deciso di non mandarcelo almeno fino ai cinque o sei mesi. Questo avrebbe dato a Mackenzie un sacco di tempo per rassicurarsi sullo sviluppo di Kevin e per prepararsi alla separazione da lui.

Quindi non aveva problemi ad aspettare di essersi completamente ristabilita, fintanto che aveva Kevin accanto. Non ce l’aveva con Ellington per il suo ritorno al lavoro, tuttavia si ritrovò a desiderare che potesse essere lì con loro durante il giorno. Si stava perdendo tutti i sorrisi di Kevin, i suoi buffi vezzi e tutti i nuovi suoni che emetteva.

Mentre Kevin raggiungeva un traguardo dopo l’altro, l'idea dell’asilo nido iniziò a incombere minacciosa nella mente di Mackenzie, e con essa, anche l'idea di tornare al lavoro. Il pensiero era esaltante, ma quando guardava negli occhi di suo figlio, non sapeva se sarebbe riuscita a condurre una vita di pericoli costanti, correndo qua e là con la pistola al fianco e l’incertezza dietro ogni angolo. Sembrava quasi da irresponsabili il fatto che sia lei che Ellington avessero un lavoro tanto pericoloso.

La prospettiva di tornare al lavoro – al Bureau e su casi anche solo lontanamente pericolosi – diventava sempre meno allettante, man mano che si affezionava a suo figlio. Addirittura, quando dopo quasi tre mesi il dottore le diede l'autorizzazione per fare una leggera attività fisica, non era affatto sicura di voler tornare all'FBI.

CAPITOLO TRE

Grand Teton National Park, Wyoming

Bryce sedette sul bordo della parete rocciosa, con i piedi che penzolavano nel vuoto. Il sole stava tramontando, proiettando una serie di luminose sfumature oro e arancio che si facevano più accese in prossimità dell'orizzonte. Si massaggiò le mani e pensò a suo padre. La sua attrezzatura da arrampicata era dietro di lui, riposta e pronta per la prossima avventura. Lo aspettavano due chilometri e mezzo di camminata per tornare alla macchina, per un totale di quasi dieci chilometri percorsi a piedi, ma per ora non pensava nemmeno all’auto.

Non stava pensando all’auto, né alla sua casa né alla sua nuova sposa. Suo padre era morto un anno prima e avevano sparso le sue ceneri in quel punto, esattamente al confine meridionale di Logan's View. Suo padre era morto sette mesi prima che Bryce si sposasse, a una sola settimana da quello che sarebbe stato il suo cinquantunesimo compleanno.

Era proprio lì, sulla parete meridionale di Logan's View, che Bryce e suo padre avevano celebrato la prima scalata di Bryce. Bryce sapeva che non era considerata un’impresa ardua, anche se era certamente stata difficile per lui a diciassette anni, visto che fino a quel momento aveva solo scalato pareti rocciose molto più modeste nel Grand Teton National Park.

Onestamente, Bryce non capiva cosa ci fosse di così speciale in quel posto. Non era sicuro del motivo per cui suo padre aveva chiesto che le sue ceneri fossero sparse proprio lì. Bryce e sua madre avevano dovuto lasciare l’auto nel parcheggio a due chilometri e mezzo da dove si trovava ora – nel punto in cui, poco meno di un anno prima, avevano disperso le ceneri di suo padre. Certo, il tramonto era bello, ma c'erano molte altre vedute panoramiche nel parco.

“Eccomi, sono tornato quassù, papà. Mi sono arrampicato qua e là, ma niente di eccezionale come quello che facevi tu.”

Bryce sorrise, pensando alla fotografia che gli era stata consegnata poco dopo il funerale del padre. Suo padre aveva tentato la scalata dell'Everest, ma si era rotto la caviglia dopo solo un giorno e mezzo di arrampicata. Aveva scalato i ghiacciai in Alaska e numerose formazioni rocciose senza nome in tutti i deserti americani. Quell’uomo era una specie di leggenda nella mente di Bryce e così voleva che rimanesse.

Osservò il tramonto, certo che a suo padre sarebbe piaciuto. Anche se, onestamente, con tutti i tramonti che aveva visto da diversi punti panoramici durante i suoi anni di arrampicata, quello non aveva nulla di particolare.

Bryce sospirò, notando che stavolta le lacrime non erano arrivate. La vita stava lentamente iniziando a sembrare normale senza suo padre. Era ancora in lutto, certo, ma stava andando avanti. Si alzò in piedi e si voltò per prendere lo zaino con la sua attrezzatura da arrampicata. Si fermò di colpo, allarmato alla vista di qualcuno che stava direttamente dietro di lui.

“Mi dispiace averti spaventato” disse l'uomo, in piedi a meno di un metro di distanza da lui.

Perché diavolo non l'ho sentito? Si chiese Bryce. Deve essersi mosso molto silenziosamente... di proposito. Perché cercava di avvicinarsi di soppiatto? Per derubarmi? Per prendere la mia attrezzatura?

“Nessun problema”, disse Bryce, scegliendo di ignorare l'uomo. Sembrava sui trentacinque anni, con un velo sottile di barba incolta che gli copriva il mento e un berretto a coprirgli la testa.

“Bel tramonto, eh?” fece l'uomo.

Bryce prese lo zaino, se lo issò sulla schiena e iniziò ad andare avanti. “Sì, certo,” rispose.

Fece per superare l’uomo, con l'intenzione di non degnarlo di ulteriori attenzioni, ma quello allungò un braccio bloccandogli la strada. Quando Bryce provò ad aggirarlo, l'uomo lo afferrò per un braccio e lo spinse.

Mentre incespicava all’indietro, Bryce era estremamente consapevole del vuoto che si apriva a meno di un metro da lui, a un centinaio di metri dal suolo.

Bryce aveva fatto a pugni un’unica volta nella sua vita; era stato in seconda elementare, nel parco giochi, quando un ragazzo idiota aveva fatto una stupida battuta su sua madre. Ciononostante, Bryce si ritrovò a chiudere una mano a pugno in quel momento, pronto a combattere, se fosse stato necessario.

“Quale diavolo è il tuo problema?” scattò Bryce.

“La gravità” rispose l'uomo.

Poi fece una mossa, ma non si trattava di un pugno, quanto piuttosto di un gesto come di lancio. Bryce sollevò una mano per parare, realizzando ciò che l’uomo stringeva in mano quando notò il dorato scintillio del riflesso del tramonto sulla superficie metallica.

Un martello.

Lo colpì in fronte abbastanza forte da produrre un suono che a Bryce sembrò uscito da un cartone animato. Ma il dolore che seguì non era affatto divertente o comico. Sbatté le palpebre, completamente stordito. Fece un solo passo indietro, con tutti i nervi del corpo che cercavano di ricordargli che alle sue spalle lo aspettava un salto di cento metri.

Ma i suoi riflessi erano lenti, e il colpo alla fronte gli aveva provocato un dolore accecante che gli attraversava il cranio e una sensazione di intorpidimento lungo la schiena.

Bryce si accasciò, finendo su un ginocchio. Proprio in quel momento, l'uomo allungò una gamba e rifilò a Bryce un calcio direttamente al centro del petto.

Bryce sentì a malapena l'impatto. La sua testa sembrava andare a fuoco. Il calcio lo fece volare all'indietro, colpendo il terreno con il fianco abbastanza forte da farlo rimbalzare ancora più lontano.

Avvertì subito la gravità reclamarlo a sé, ma era confuso su cosa fosse successo esattamente.

Il cuore gli batteva all’impazzata e la mente piena di dolore andò nel panico. Cercò di respirare mentre i suoi muscoli prendevano il sopravvento, agitandosi in cerca di un appiglio qualsiasi.

Ma non c'era niente. C'erano solo il vuoto e l’aria che gli fischiava nelle orecchie mentre precipitava e, pochi secondi dopo, una brevissima esplosione di dolore quando colpì il duro terreno sottostante. Mentre esalava il suo ultimo respiro, vide la parete che aveva appena scalato tinta di rosso: il suo ultimo tramonto che lo accompagnava nell’oscurità.

CAPITOLO QUATTRO

Quello che inizialmente le era sembrato il paradiso cominciò rapidamente a sembrare una specie di prigione. Anche se amava suo figlio più di quanto riuscisse a spiegare a parole, Mackenzie stava impazzendo. L'occasionale passeggiata intorno all’isolato ormai non le bastava più. Quando il dottore le aveva dato il permesso di fare un po’ di esercizio fisico e accelerare il ritmo dei suoi movimenti in giro per casa, lei aveva immediatamente pensato di fare jogging o persino di fare un po’ di sollevamento pesi. Era fuori forma – forse più di quanto non fosse stata da oltre cinque anni – e gli addominali di cui si era spesso vantata erano sepolti sotto un tessuto cicatriziale e uno strato di grasso a cui non era avvezza.

Una sera, in uno dei suoi momenti di maggiore debolezza, iniziò a piangere in modo incontrollabile uscendo dalla doccia. Da bravo marito rispettoso e amorevole quale era, Ellington si era precipitato in bagno trovandola appoggiata al lavabo.

“Mac, che c’è? Stai bene?”

“No. Sto piangendo. Non sto bene. E sto piangendo per una cazzata.”

“Tipo?”

“Ho appena visto il mio corpo allo specchio.”

“Ah, Mac... ehi, ti ricordi qualche settimana fa, quando mi hai detto di aver letto che avresti iniziato a piangere per le cose più insignificanti? Ebbene, credo che si tratti esattamente di questo.”

“La cicatrice del cesareo mi resterà per il resto della mia vita. E i chili di troppo... non sarà facile eliminarli.”

“E perché questo ti dà fastidio?” volle sapere lui. Non stava adottando la tecnica dell’amore severo, ma non la stava nemmeno coccolando. Era un duro promemoria di quanto la conoscesse bene.

“Non dovrebbe. E onestamente, credo di stare piangendo per qualcos'altro... solo che mi è bastato vedere il mio corpo per tirare fuori tutto quanto.”

“Non c'è niente di sbagliato nel tuo corpo.”

“Lo dici tanto per dire.”

“No, non è vero.”

“Come puoi guardarmi e desiderarmi?”

Lui le sorrise. “È piuttosto facile. E senti... So che il dottore ti ha autorizzato a fare una leggera attività fisica. Quindi, sai... se lasci che faccia tutto io...”

Con quelle parole, lanciò uno sguardo malizioso oltre la porta del bagno, verso la camera da letto.

“E Kevin?”

“Sta facendo il suo sonnellino preserale,” disse. “Anche se probabilmente si sveglierà tra un minuto o due. Si dà il caso, però, che siano passati più di tre mesi, quindi non mi aspetto che quello che accadrà lì dentro richieda molto tempo.”

“Che scemo che sei.”

Ellington rispose con un bacio che non solo la mise a tacere, ma cancellò istantaneamente ogni dubbio riguardo se stessa. Il bacio fu lento e intenso, e Mackenzie riuscì a percepire in esso il desiderio accumulatosi in quei tre mesi. Ellington la condusse dolcemente in camera da letto e, come aveva suggerito, si occupò lui di ogni cosa – con premura e abilità.

Il tempismo di Kevin fu perfetto. Si svegliò tre minuti dopo che avevano finito. Mentre entravano insieme nella cameretta, Mackenzie gli pizzicò il sedere. “Mi sa che è stato un po’ più di un leggero esercizio fisico.”

“Ti senti bene?”

“Magnificamente. Così bene che penso che potrei provare ad andare in palestra stasera. Credi di poter tenere il nostro ometto mentre sono fuori?”

“Naturalmente. Vedi di non esagerare.”

E tanto bastò per motivare Mackenzie. Non faceva mai nulla in maniera approssimata, e questo comprendeva il lavoro e, a quanto pareva, essere madre. Forse fu per questo che, poco più di tre mesi dopo aver portato a casa Kevin, si sentì in colpa per essere uscita per la prima volta. Era già andata al supermercato e dal dottore, certo, ma era la prima volta che se ne andava sapendo che sarebbe stata lontana dal suo piccolo per più di un'ora.

Arrivò in palestra poco dopo le otto, quindi la maggior parte della folla si era diradata. Era la stessa palestra che aveva frequentato quando aveva iniziato all’FBI, prima di affidarsi alle strutture del Bureau. Era bello essere di nuovo lì, su un tapis roulant come chiunque altro in città, a lottare con gli elastici di resistenza ormai obsoleti e allenarsi solo per tenersi attiva.

Riuscì a far solo mezz'ora, prima che l’addome iniziasse a farle male. Aveva anche un brutto crampo alla gamba destra, che cercò di alleviare ma senza successo. Fece una pausa, provò di nuovo il tapis roulant, ma decise di dichiarare conclusa la sessione.

Non ti azzardare a essere severa con te stessa, pensò, ma la voce nella sua testa era quella di Ellington. Hai cresciuto un essere umano dentro di te e poi te l’hanno staccato. Non puoi fare Superwoman. Datti un po’di tempo.

Aveva fatto una bella sudata, e questo era sufficiente per lei. Tornò a casa, fece una doccia e diede da mangiare a Kevin. Il piccolo era così soddisfatto che si addormentò ancora attaccato al suo seno, cosa che i medici sconsigliavano. Ma lei lo lasciò fare, tenendolo lì finché anche lei si sentì stanca. Quando lo mise a letto, Ellington era seduto al tavolo della cucina, intento a risolvere problemi di raccolta informazioni per il suo caso attuale.

“Tutto bene?” le chiese quando la vide passare in soggiorno.

“Sì. Forse potrei aver esagerato, in palestra. Sono un po’ dolorante. E anche stanca.”

“Posso fare qualcosa?”

“No. Magari domattina potresti darmi una mano con un altro po’ di leggera attività fisica?”

“Ne sarò felice, mia signora” disse con un sorriso da sopra lo schermo del suo portatile.

Anche lei sorrideva quando si infilò a letto. La sua vita le sembrava completa e aveva dolorosi crampi alle gambe, la sensazione che i suoi muscoli ricominciassero a imparare quello per cui venivano usati un tempo. Entro pochi minuti si assopì, esausta.

Non aveva idea che avrebbe fatto di nuovo il sogno dell'enorme campo di grano, e di sua madre che teneva in braccio suo figlio.

Così come non aveva idea di quanto l’avrebbe turbata stavolta.

***

Quando l'incubo la spinse a svegliarsi, non riuscì a trattenere l'urlo che le premeva in gola. Si rizzò a sedere sul letto con tanta forza che quasi cadde dal materasso. Accanto a lei, Ellington si tirò su in un sussulto.

“Mackenzie... che c'è? Stai bene?”

“Solo un incubo. Tutto qui.”

“Sembra che sia stato terribile. Ti va di parlarne?”

Con il cuore che le martellava ancora nel petto, si sdraiò. Per un momento, le sembrò di poter sentire il sapore della terra che aveva in bocca nell’incubo. “Non voglio scendere nei dettagli. È solo che... Credo di aver bisogno di vedere mia madre. Devo farle sapere di Kevin.”

“È giusto” disse Ellington, chiaramente ancora sconcertato dall'incubo e dai suoi effetti su di lei. “Immagino che abbia senso.”

“Possiamo parlarne più tardi” disse Mackenzie, avvertendo già il richiamo del sonno. Le immagini dell'incubo erano ancora lì con lei, ma sapeva che se non fosse tornata a dormire presto, sarebbe stata davvero una lunga notte.

Si svegliò parecchie ore dopo, al suono di Kevin che piangeva. Ellington stava già scendendo dal letto, ma lei allungò una mano toccandogli il petto. “Ci penso io.”

Ellington non protestò più di tanto. Stavano tornando lentamente a dei ritmi di sonno relativamente normali, e nessuno dei due era ansioso di perdere ore di prezioso riposo. Inoltre, Ellington aveva una riunione al mattino, riguardo un nuovo caso in cui sarebbe stato a capo di una squadra di sorveglianza. Le aveva riferito tutto a cena, ma Mackenzie era troppo persa nei suoi pensieri. Ultimamente, la sua capacità di attenzione era limitata, in particolare ogni volta che Ellington parlava di lavoro. Le mancava ed era invidiosa di lui, ma non riusciva proprio a sognarsi di lasciare Kevin, non importa quanto fosse rinomato l'asilo nido.

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